Asti-Parigi: bilancio semiserio di un viaggio in bicicletta
Siamo a casa. Quindi il pensiero magico permette di fare un bilancio. Mai farlo prima, anche se manca solo un chilometro. Murphy è sempre in agguato.
Tappe: 11 + un giorno di sosta a Lione.
Km totali: 1033.
Dislivello: 6500m, concentrati nei primi giorni. Da qualsiasi parte la prendi, per uscire dall’Italia o c’è il mare, o ci sono le montagne.
Forature: nessuna. Guasti meccanici: nessuno. Cadute fantozziane: nessuna.
Emissioni di Co2: il sudore vale?
Intoppi particolari: nessuno. Il marchio Accueil Vélo è una garanzia, e tutti gli hotel hanno posti sicuri per le biciclette.
La tappa più lunga: la prima, Asti-Susa, 120 km attraverso la bollente piana torinese, allietata in partenza dagli amici che ci hanno accompagnati, poi da un piatto di pasta in un’osteria con vista sulla Sacra di San Michele.
La tappa più breve: Orléans-Chartres, 78 km, studiata per passare il pomeriggio in una delle cattedrali più belle e famose del mondo.
La tappa più difficile: Susa-Le Monetier - la val di Susa e il Monginevro, praticamente un’unica, enorme salita, tranne la discesa finale. Qui Gigi per un attimo si è sentito parafrasare Ron Weasley nella tana di Aragog: “Che brutta idea! Che brutta idea” … gli amici potterhead la stanno leggendo esattamente con lo stesso tono del film.
La tappa più brutta: il traffico tra Grenoble e Lione.
La tappa più bella: qui si fa difficile. Tutte tranne la precedente. Forse quelle sulla Loira?
L’impresa più estrema, oltre a scalare il Monginevro e sopravvivere nel traffico tra Grenoble e Lione: salire e scendere dal TGV con le sacche delle biciclette, con il rischio di sembrare Argus Gazza/Filch quando si muove per Hogwards brandendo la scala e rischiando di fare una strage.
Alcuni highlights imperdibili, oltre ovviamente a Parigi: le vecchia Lione con i traboules, le cattedrali di Orléans e Chartres, il palazzo ducale di Nevers, il ponte canale di Briare.
Parigi, oltre a essere Parigi, e questo già basterebbe, è diventata una città ciclabile quasi come Amsterdam, Copenhagen e Berlino. Non solo le bici sono dappertutto, ma anche i runner. Corrono sulla Senna, ma anche per le strade. E fanno le ripetute in salita a Montmartre.
Solo tre note negative in mezzo a tanta bellezza (bellezza che è superfluo ricordare):
La “palla” delle Olimpiadi 2024 è impressionante, ma chiude la vista e interrompe la continuità secolare tra il Louvre, l’Obelisco e l’Arco di Trionfo, a cui si è aggiunto in tempi più recenti l’arco della Défense.
La Tour Eiffel è circondata da una barriera di sicurezza e non puoi più camminarci sotto come una volta, a meno di avere il biglietto per la salita.
Code infinite dappertutto: a Notre Dame ci è andata bene al secondo colpo, tornando al mattino presto. Nessuna speranza per i musei, se non prenoti almeno 15 giorni prima.
Tre cose che avrei subito raccontato alla mia mamma:
la cattedrale di Chartres;
capitare nelle vie immortalate dalle sue poesie: Rue de la Juiverie a Lione, Rue Lepic a Montmartre;
imbattersi per caso nel cartello stradale per Illiers-Combray, andare sulle tracce di Proust nei giardini degli Champs-Élysées, cercare la sua tomba al Père Lachaise.
Tre cose che avrei subito raccontato al mio papà:
la natura, i canali, le chiuse e il ponte-canale di Briare, 600 metri di acqua sull’acqua, sulle cui rive puoi passeggiare, correre, pedalare;
camminare a piedi per tutta Parigi, facendo 30 km al giorno;
le “piscine” nella Senna dove la gente fa il bagno: ci avrebbe nuotato anche lui?
Il podio della mousse au chocolat nella classifica stilata da Gigi: primo premio al ristorante “L’Hydropathe” di Briare, secondo e terzo posto ai ristoranti di Orléans e Le Monetier.
Miglior ristorante: qui si fa difficile. Forse i bouchons di Lione, anche se il caldo ha un po’ guastato l’esperienza. D’altronde Lione è una delle capitali mondiali della gastronomia.
Miglior vino: il Bordeaux invecchiato 10 anni di Mémère Louise, un magnifico quanto tranquillo bistrot parigino premiato per la cucina regionale, in cui l’unico “bianco” è un ragazzino al primo giorno di lavoro, e lo chef, il maître e il cameriere sono più francesi dei francesi, con buona pace dei vannacci di turno.
Poi ci sono gli incontri, quelli che ti capitano solo nei viaggi in bicicletta:
i pellegrini sotto la Sacra di San Michele;
una ciclista sul Monginevro che la sera prima ha visto il video su Tik Tok e ci ha riconosciuti;
un anziano signore del posto in e-bike, tra i paesi sperduti sui canali della Loira, che ci accompagna un pezzo raccontando che 10 anni fa è andato a Roma a piedi.
Altri ricordi devono sedimentare. Per ora rimane la soddisfazione di avercela fatta, senza usare altri mezzi che la bicicletta, e di aver rifatto questa esperienza che apre uno squarcio nel Tempo e lo dilata, perché si vive ogni secondo: come direbbe Proust, applichiamo al Tempo misure più brevi, contando i secondi e non i secoli.


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